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da numero a informazione

Il 5 maggio 2012 il Corrierone mi esibisce un graficone.

Corriere della Sera, 5/5/2012, Roberto Bagnoli, la controriforma degli statali

Dici: non ci capisco niente: è in bianco/nero. E io dico: ci hai ragione, ma ho perso il ritaglio, il Corriere (come tutti i quotidiani, sottolineo) elimina i grafici quando fai ricerca nei loro archivi on line (tanto sono solo disegnini, quello che conta è il testo).  Posso solo usare la copia della benemerita “Rassegna stampa della camera dei deputati” che ancora ritaglia e fotocopia ed è accessibile a tutti gli umani che sanno della sua esistenza (pubblicità progresso).
Parentesi metodologica. Una volta che si comincia a decidere cosa si tiene e cosa si butta poi si rischia di farsi prendere la mano e di tentare di riscrivere la storia come si faceva (e si fa) nei paesi totalitari. Un esempio di censura a posteriori, buffo se non fosse malinconico, è raccontato qui e qui .

Bon, eravamo al grafico. Ok ora l’ho trovato, ma lascio tutto il ragionamento precedente.

E’ un lavoraccio anche con i colori. Per orizzontarsi un po’:
- le barre più alte di ogni anno rappresentano il “costo del lavoro” nella sequenza privato-pubblico
- le colonne più basse rappresentano la retribuzione lorda nella stessa sequenza.
L’inserimento dei valori finisce di uccidere il grafico ma almeno ci permette di leggere i singoli dati.
Direi che siamo di fronte a una classica situazione in cui l’eccesso di dati offusca l’informazione.

Prima di tutto: di che parliamo? Nel titolo si parla di stipendi, poi trovo costo del lavoro e retribuzione lorda; chi è cosa? che differenze ci sono? L’articolo, controlla pure, non aiuta.
Se socchiudiamo gli occhi e seguiamo la sequenza di una serie alla volta cosa scopriamo? “Scopriamo” che siamo di fronte a quattro serie di numeri (numeri, perché sono senza una definizione) che crescono. Tutti. E allora cosa mi serve il grafico?

In realtà io credo che il problema stia alla radice: il grafico è una semplice trasposizione di una tabella dati. Manca l’informazione, cioè il confronto (in questo caso). E allora credo che il punto non è grafica o infografica, ma usare gli strumenti che ci da la statistica per poter estrarre informazione dai numeri e poi decidere quale è il modo migliore per esporre.

Esempio sul costo del lavoro.
Sono cresciuti entrambi, ma chi è cresciuto di più? Potrei fare i numeri indice:

I numeri indice permettono di eliminare l’effetti dimensione, evidenziando le variazioni. Il costo del lavoro privato è cresciuto del 30% nel periodo, mentre quello pubblico è cresciuto del 40%. Questa è informazione, incompleta, ma informazione.
Parentesi metodologica: dato che per definizione i numeri indice partono da 100 mi è sembrato corretto mostrare l’asse Y a destra in modo da apprezzare meglio i valori finali (formato asseX/scala/intersezione al valore massimo).

Perché incompleta? Perché mostriamo le variazioni e non i rapporti. Il grafico così com’è non ci dice chi ha i valori più alti. Quello che ci serve allora è un indice di comparazione: divido ogni valore del pubblico con il corrispondente del privato. Ecco:

Il costo del lavoro del settore pubblico era il 30% più alto di quello privato e, dato che è cresciuto di più, nel 2010 ha una differenza di quasi il 40%.
Parentesi metodologica: la linea orizzontale è una serie di valori pari a quello del 2000, portati a grafico lineare e poi formattati

Ma ci sono voluti due grafici!
Embè? Io ne faccio anche tre se mi servono. Meglio due informazioni chiare che una tabella confusa. A domanda diversa risposta diversa.

Parentesona metodologicona. Tutta questa tiritera è del tutto demente alla base e mi stupisco che il Corriere ci faccia un articolo. Stiamo confrontando aggregati composti da qualifiche completamente diverse (che un professore universitario abbia un costo superiore a un manovale è scontato, così come un medico ospedaliero avrà un costo superiore a una cassiera di supermercato; il nodo è cosa producono in cambio, magari).

 

Aggiungiamo un po’ di ragionamento sui numeri indice: la decisione dell’anno di partenza. Spesso si prende il primo anno a disposizione o, peggio ancora, un anno “tondo” come in questo caso (il 2000 contro il 2010).

Ma, se non c’è pensiero, si rischia di cadere, o far cadere l’utente, in illusioni ottiche. Esemplifico con i quattro grafici che risultano se prendo come anno base rispettivamente il 2000, il 2002, il 2004, il 2006.

Ooops! Se prendo come base il 2006 è il costo del lavoro privato che CRESCE di più. Non c’è contraddizione, basta dire che negli ultimi quattro anni c’è stata un’inversione dei tassi di crescita. Se si è in buona fede e se si spiega perché usiamo un certo anno base non c’è problema …

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